BIOGRAFIA/BIOGRAFIE
© Francesca Rotta-Gentile
Orsola Nemi nacque a Firenze l‘ 11 giugno 1903, e morì a La Spezia l’ 8 febbraio 1985. Il suo vero nome era Flora Vezzani. Si trasferì da bambina alla Spezia col padre, ufficiale di fanteria, medaglia d’ oro. A lui, caduto sul Carso nel giorno di Sant’ Orsola,(15 ottobre 1915) dedicò parte del suo pseudonimo; l’ altra metà era all’ inizio Nemini (in latino, di nessuno) simbolo del suo carattere schivo e indipendente. A tre anni fu colta dalla poliomelite in una forma che le risparmiò la vita ma la segnò per sempre, eppure bella, con un volto spirituale, dai lineamenti finissimi e uno sguardo che rimase limpido e attento fino agli ultimi giorni della sua vita.
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Conosciuto attraverso un annuncio sulla Fiera Letteraria: Henry Furst, celebre letterato americano innamorato dell’ Italia, se ne innamorò e lo sposò. Furst, scomparso nel 1967, fu l’ incontro decisivo per la carriera di Orsola Nemi, la quale grazie a lui, incontrò Montale, che pubblicò alcune sue poesie su Letteratura, poi stampate da Bompiani nel 1942. Da Bompiani le venne affidato l’ importante compito di collaborare alla monumentale opera del Dizionario delle Opere e dei Personaggi componendo alcune voci , tra le quali, quella di Grazia Deledda. Intensa e proficua è stata anche l’ amicizia e la collaborazione con Leo Longanesi, di cui fu segretaria a Roma e per il quale tradusse soprattutto grandi autori francesi : Tocquiville, Balzac, Saint-Simon, Baudelaire, Flaubert.
La sua attività si colloca tra gli anni ’30 e gli anni’80, intensissima e molteplice. Fu autrice di romanzi, racconti, favole, saggi, preghiere, articoli: vari generi letterari a cui per un cinquantennio si dedicò con intenso lavoro. Fu instancabile e fine traduttrice, collaboratrice di quotidiani e riviste, quali la Gazzetta del Popolo, Il Messaggero, L’Osservatore Romano. Il Tempo, Il Borghese e anche autrice di ricette di cucina, di articoli su pizzi e ricami ospitati da Rakam. Iniziò a scrivere nel clima culturale della Ronda, della Nouvelle Revue Francaise e della Fiera Letteraria. Lavorò anche per il teatro: nel 1961, per il centenario dell’ Unità d’ Italia scrisse Camicie Rosse.
Amò particolarmente le favole e ne scrisse molte tra cui Il tesoro delle galline, dedicata alle nipoti Elisabetta ed Emanuela. Ne pubblicò numerosissime a puntate su La Gazzetta dei lavoratori, in una sezione speciale per i bambini, firmandosi il gufo delle torre o il gufo navigante; alcuni suggestivi titoli: il Califfo curioso, Un naufragio tra predoni, La Nave volante, numerose dedicate al regno degli animali come ad esempio: l ‘ Orso e la capinera, la regina delle api, il granchio d oro, la torre dei gatti, il gallo tramviere; nel 1944 scrisse Nel paese di Gattafata, una lunga fiaba illustrata da un rarissimo De Chirico, pubblicata da Documento editore, ed è la scrittrice Anna Banti a scrivere “che Orsola sia nata col talento, la vocazione della favola, fu chiaro fin dal ’4o, quando Bompiani le ebbe stampato quel Rococò, più favola che romanzo (..) la lingua infatti che essa usa è una delle più asciutte e limpide che oggi sia dato leggere , una lingua appunto, da favola classica.”
© Francesca Rotta-Gentile
Dopo la morte del marito si dedicò alla composizione dell’ opera Il meglio di Henry Furst, con la prefazione di Mario Soldati e l’introduzione di Ernst Junger. Infine, nel 1980, completò l’opera che aveva iniziato a scrivere insieme ad Henry Furst: la biografia di Caterina dè Medici, pubblicata da Rusconi. Fu amica di molti intellettuali del Novecento, con i quali governò meticolosamente una trama di rapporti soprattutto epistolari con: Anna Maria Ortese, Sibilla Aleramo, Irene Brin, Lucia Rodocanachi Eugenio Montale, la moglie Mosca, Emilio e Leonetta Cecchi, Gianfranco Contini, Giovanni Comisso, Mario Soldati, Giuseppe, Ungaretti, Carlo Bo, Ennio Flaiano, Silvio Negro, Sigfrido Bartolini, Anna Banti, Gianna Manzini, Federico Fellini, Italo Calvino,Elio Vittorini,Elsa Morante, Alberto Moravia,Giuseppe Prezzolini, Leo Longanesi, Valentino Bompiani, Ernst Jünger e molti molti altri.
© Francesca Rotta-Gentile
Maria Bellonci , Presidente del Pen Club di Venezia e fondatrice del Premio Strega.
Orsola Nemi insieme ad Henry Furst era socia del Pen Club e nel 1955 il romanzo ” Rotta a nord ” di Orsola Nemi è Libro Strega.

Mario Soldati grande amico di Orsola Nemi ed Henry Furst.
Si veda ” Il meglio di Henry Furst”.

Catalogo mostra di pittura piemontese a cervo – all' interno un articolo due scrittori a Cervo Orsola Nemi ed Henry Furst
- Le linee di un destino, di Francesca Rotta Gentile
Ciò che subito colpisce in Orsola Nemi è proprio la sua serena naturalezza, l’ovvietà del suo pur colto parlare, i suoi modi permeati di tanta femminile dolcezza quale è raro trovarne perfino in donne non contaminate da sofisticherie letterarie. [1]
Flora Vezzani nacque a Firenze l’11 giugno 1903, ma sino al 1940 visse alla Spezia, tranne gli anni che trascorse a Badia a Ripoli dove frequentò il collegio presso le Suore Belghe di Badia.
Nel 1939, per il suo battesimo artistico, fu chiamata Orsola Nemi, pseudonimo che nacque solo nell’anno in cui grazie a Montale furono pubblicate per la prima volta alcune sue poesie su una delle riviste più prestigiose su cui nessuna donna aveva mai scritto: «Letteratura». Dal 1939 in avanti fu per tutti, amici, parenti, giornalisti semplicemente Orsola, nome spesso affettuosamente storpiato ad esempio in Orsolina, come amava chiamarla la compagna di Montale, Drusilla Tanzi (Mosca), o ancora Orsoleta, come la chiamava invece simpaticamente Sibilla Aleramo. Per tutti fu Orsola, tranne che per il fratello Chico e per la madre che continuarono sempre a denominarla con il soprannome conferitole da bimba: Titti o Tittona. Dunque più nomi, che simbolicamente rappresentano differenti sfaccettature ed angolazioni della medesima persona e già questo primo e semplice elemento ci può fare intuire la molteplicità e la versatilità della personalità di questa scrittrice. Scelse uno pseudonimo perché suo padre, Faliero Vezzani, fu ufficiale di fanteria della guerra del 1915 e alla sua memoria fu decretata la medaglia d’oro e lei non voleva che la gente pensasse «è favorita perché suo padre ha avuto la medaglia d’oro», ma, infatti, per rendere omaggio alla figura paterna, scelse Orsola perché il padre morì in combattimento sul Carso il 21 ottobre, festa di Sant’ Orsola. Quello fu un giorno che rimase scolpito a caratteri di fuoco nel suo cuore; adottare il nome Orsola significò per lei, in modo segreto, legarsi a suo padre e non rinnegarne l’eredità morale. Scelse poi Nemini, cioè «di nessuno», perché diceva sempre «volevo essere io e basta», poi era troppo lungo, e, lasciando cadere la «ni» finale, conservò solo Nemi.
Nel quadro simbolico nominale, linea paterna e indipendenza risultano i due poli entro i quali l’autrice programmò di mantenersi; mentre è assente il riconoscimento di appartenenza alla sfera della madre e la causa è da rintracciare proprio nei rapporti conflittuali con la madre: una donna bellissima che non accettò mai del tutto l’infermità della figlia che considerava quasi una vergogna. Orsola visse in modo molto difficile il legame con la madre la quale, come lei stessa ricordava nelle sue confidenze più segrete, era una morfinomane e molte volte la madre mandava Orsola, ancora bimba, dal farmacista e spesso la stessa Orsola si trovava costretta a coprire la madre quando all’improvviso si doveva nascondere in un angolo di una strada o nel retro di un palazzo o in qualche portone per somministrarsi la puntura di morfina. La dipendenza della madre dalla morfina nel loro ambiente era quasi un vanto, un’usanza abbastanza accettata, normale, quasi un segno di appartenenza ad un ceto alto, ma Orsola ne soffriva e ne percepiva l’inadeguatezza e l’anomalia.
Era una bambina bella e vivace, ma a soli due anni fu colpita dalla poliomielite e le gambe non le permettevano di camminare come avrebbe desiderato. Ne soffriva, pur senza drammatizzare, anzi, ha sempre pensato di aver avuto molto di più di tante altre persone.
Si legge in un quaderno inedito, datato 1969, a p. 57:
Una ragazza di ventitré anni si è uccisa perché i postumi di poliomelite le avevano lasciato una gamba paralizzata. La sua menomazione non doveva essere grave perché aveva potuto frequentare l’università, e aiutare i suoi genitori nel bar che possiedono.
Subito com’è inevitabile, viene fuori una giornalista, che scrive sulle deficienze dei ricoveri per i vecchi ecc.
In questo caso la società è colpevole come un’alluvione che distrugge un villaggio; è una forza bruta: in una società che dà il primato indiscusso ai beni materiali, una creatura fisicamente menomata può sentirsi “fallita”. Ma perché è inerme, impreparata perché né alla scuola, né in casa le è stato insegnato il vero senso della vita, il pregio infinito del dolore, il beneficio, sia pure difficile, a portare di essere messi in disparte, e così è la intelligenza si fortifica e dilata, la sensibilità si affina, la volontà si irrobustisce, e chi è messo in disparte ad un certo punto si accorge di avere avuto più degli altri, di avere tanto da poter donare, largamente con gioia. Lo so per esperienza. Per arrivare a questo bisogna sapere che la vita non è un fatto biologico, ma un mistero d’amore. Non c’è carcere che non possa essere visitato dagli angeli, ma il prigioniero deve sapere attendere gli angeli.
Fino al 1940 è vissuta alla Spezia, salvo gli anni trascorsi in collegio presso le suore belghe di Badia a Ripoli. Era un istituto molto buono, e vi rimase fino al 1918; fu costretta a ritirarsi dopo la morte di suo padre perché la madre si trovò in ristrettezze e la retta era ormai troppo alta.
Lei conservava di quel periodo ricordi bellissimi. Le suore della Provvidenza dell’Immacolata Concezione erano ottime religiose impegnate a maturare nelle ragazze un cristianesimo convinto. Ad ottobre iniziavano l’anno scolastico con un ritiro di otto giorni in silenzio, le suore non volevano sentimentalismi, era una religione austera quella che inculcavano, un po’ tedesca; non volevano espressioni come «il buon Gesù, la Madonnina…». Spiegavano molto bene il Vangelo e il catechismo, fornivano quella sana formazione che sarebbe rimasta per tutta la vita e Orsola pianse molto quando dovette lasciare il collegio.
I primi due anni ritornò a La Spezia, dove abitò con la nonna ed una zia. Cominciava per lei un’altra vita, l’atmosfera era tranquilla, intima, raccolta; pochi amici, poche voci, un’immensa predilezione per il mare. Tante volte si incantava ad osservare i giochi notevoli delle onde ed un desiderio di evasione la prendeva tutta, mentre la fantasia galoppava lontano. Nessuno pensava a farla studiare. Tutti i giorni un’ora intera doveva leggere per la nonna. Era una cosa noiosissima per lei, leggeva anche per conto suo, ma poco, non appena poteva.
Interessante il seguente brano tratto da Fuochi di paglia, p. 129, datato 9 febbraio 1961:
Di tutte le cose perdute colla gioventù quella che forse più rimpiango è la gioia della letteratura. Non sapevo allora in quale secolo fosse nato l’autore del libro che avevo tra le mani, quale posto gli avevano assegnato nella storia letteraria. Per me chi aveva scritto un libro era in ogni caso un essere sovrumano ed era anche una specie di amore contrastato. Molto spesso, infatti, il libro che ero riuscita prendere da uno scaffale o sopra un mobile, mi era vietato. Molto spesso mi veniva tolto prima che avessi finito di leggerlo. La mano tagliata di Matilde Serao, edizione Salani, fu addirittura tolto dalle mie mani senza darmi nessuna spiegazione. Scomparve prima ancora che mi fossi riavuta dalla sconvolgente meraviglia ispirata dalla bella mano ingioiellata e mozza, riposta dentro un astuccio rosso, quale appariva nella prima pagina. Ma v’erano libri permessi e questi mi davano felicità incalcolabile. Ricordo la fine di certi lunghi giorni d’estate passati a leggere. Risento quasi l’odore polveroso del sofà duro e verde dove ero stata sdraiata per tante ore, ritrovo il beato stordimento di quando alzavo gli occhi dal libro perché mancava la luce, e non distinguevo più le parole. Tutti, mi erano estranei intorno; soltanto l’aria odorosa e delicata che entrava dalla finestra mi piaceva. Andavo a letto stordita. Chissà perché, ero triste da morire e beata nello stesso tempo. Per la strada invidiavo le persone che vedevo uscire dal negozio del libraio col pacchetto quadrato dei libri. Quelli che mi regalavano, però per quanto mi sforzassi di leggerli lentamente, erano sempre troppo brevi, finivano subito. Quando annunciavo:« L’ho finito » mi sentivo rispondere con tono scoraggiato: «Ricomincia da capo». A nove anni lessi i Miserabili. Non riesco nemmeno con una sola parola ad accennare il meraviglioso caos che quella lettura produsse nel mio cervello. Per anni, i nomi, i fatti, e le persone di quel libro vissero dentro di me come i fantasmi abitano una casa; presenti sempre anche quando non si manifestano.
La prima volta che uscì dal collegio comprò dei libri di poesie; allora le sembrava che la sola cosa degna d’essere scritta fossero i versi; tutto il resto per lei era troppo volgare, in particolar modo il giornalismo.
Orfana nella maturità vedeva i suoi anni giovanili come un cassetto in disordine, dove v’era di tutto. Era un’autodidatta, ma ha sempre scritto, fin da piccola; ancora bambina compose ad esempio la storia in terza rima del suo gatto. Aveva vent’anni quando sua madre prese alcuni dei suoi racconti e li inviò per un giudizio ad un amico di famiglia, il conte Lando Passerini, che abitava a Firenze. Passerini era un letterato e un glottologo e curava le edizioni di Dante e di D’Annunzio: lesse i suoi scritti ed esortò la mamma a farle riprendere gli studi, avendo riconosciuto in quel che scriveva «virtù native di scrittrice». [2] Orsola ne fu molto felice. Un altro amico le presentò allora un giovane professore e questi cominciò a darle lezioni di italiano e di latino, le parlava soprattutto di scrittori moderni e le prestava libri. Lei fino ad allora non aveva letto altro che scrittori antichi e romanzi. In questo modo riuscì a formarsi una cultura davvero molto vasta. Conosceva bene il francese; le suore parlavano e pregavano in francese, così Orsola poté leggere facilmente molti autori francesi. Tuttavia quanto più conosceva le opere dei grandi scrittori, tanto più si consolidava in lei la convinzione che mai sarebbe stata capace di imitarli.
La sua attività di scrittrice incominciò nel clima culturale della «Ronda», della «Nouvelle Revue Francaise» e della «Fiera Letteraria». Era finita da poco la guerra, tutto era nuovo, o così sembrava. Tutto le interessava, leggeva ogni cosa avidamente dai romanzi di Dumas alla bella prosa di Emilio Cecchi. Era un mondo nuovo per lei, godeva della lettura nella più totale e felice libertà culturale.
Mai avrebbe pensato di scrivere libri, passarono anni priva ma che osasse prendersi sul serio. Diceva che Leopardi le aveva insegnato che tanto più è alta la nostra idea dell’arte, tanto più è circoscritta, limitata, povera l’idea che abbiamo di noi stessi.
Era vissuta in un tempo in cui arte e poesia erano cose serie, non di massa, per il tempo libero e non voleva adeguarsi al modo di ragionare odierno. Per oltre dieci anni rinunciò del tutto a scrivere dedicando quanto più tempo poteva alla letteratura, finché un giorno, sia pure con timore, sentì l’esigenza di riprendere a scrivere.
Cominciò con le poesie, che nel 1942 furono edite da Bompiani, sotto il titolo di Cronaca; poi scrisse un romanzo: Rococò. Non sperava nemmeno, vivendo in provincia senza conoscere nessuno, di trovare un editore, fu sul punto di chiudere il manoscritto in un cassetto e non pensarci più, ma nel 1938, un mattino, sfogliando il «Giornale di Genova», lesse il bando di un concorso per un romanzo, così tentò e mandò il suo manoscritto. Su settanta partecipanti fu uno dei quattro vincitori premiati nel febbraio del 1939.
Nel novembre del medesimo anno lessi sulla «Fiera Letteraria» la richiesta di alcune annate arretrate della rivista: Io le avevo; scrissi offrendole. La persona che le cercava venne da me per ritirarle. Era il corrispondente letterario per l’Italia del «New York Times», Henry Furst, [3] che già viveva in Italia dal tempo di Fiume. [4]
Era un letterato americano innamorato dell’Italia, abitava a Recco in un torrione a picco sul mare, appena cominciarono a parlare dimenticarono la «Fiera Letteraria» e il motivo per cui lui era arrivato a La Spezia. Fu davvero singolare come primo appuntamento con l’amore, lei gli parlò del romanzo che aveva mandato al concorso e gli confidò di avere nel cassetto un certo numero di poesie. Lui chiese di vederle, le trovò belle e le promise che avrebbe fatto qualcosa. Assetati d’arte, di pensiero, di bellezza, ben presto si trovarono amici.
Henry Furst mantenne la promessa. Parlò a Montale e la presentò a lui.
Allora Orsola abitava alla Spezia in corso Cavour 20, al primo piano di una casa che stava all’angolo di via Garibaldi; giù vicino al portone c’era un negozio che si chiamava «Unica». Esattamente lì, Enrico le fece conoscere Montale. A Montale parlò di lei, gli diede le sue poesie. Montale ne fece pubblicare alcune su «Letteratura» [5], una rivista molto prestigiosa nella quale nessuna donna aveva mai scritto. Quando Orsola vide le sue poesie su quelle pagine ne fu molto lusingata. Fu a questo punto che nacque il suo pseudonimo.
In seguito Henry Furst le fece conoscere altri scrittori, critici e giornalisti: Emilio Cecchi, Giovanni Comisso, Leo Longanesi, Arrigo Benedetti. Tutti le dimostrarono fiducia e amicizia. Quando Rococò vinse per il «Giornale di Genova»: 500 lire e la pubblicazione a puntate sullo stesso quotidiano Enrico mandò il manoscritto all’editore Valentino Bompiani, che lo pubblicò nel 1940; nel 1941, fu tradotto in tedesco.
Tutto questo fu per Orsola una vera sorpresa. Furono anni intensi e sereni per lei, fino a quando alla fine del 1939, con l’avvento della guerra, Enrico dovette partire. Andò in Francia deciso ad arruolarsi nella Legione Straniera, ma poiché non accettavano ufficiali, tornò in America, lasciando in consegna ad Orsola la sua torre di Recco e Maurizio [6], chiamato Moritz, il bambino cresciuto da Enrico. Il 15 ottobre 1940 in una lettera di Orsola Nemi indirizzata all’amica Lucia Rodocanachi leggiamo:
ho avuto la prima lettera di Enrico il 10 di ottobre, oltre un mese dopo la sua partenza; è arrivato laggiù il 6 di settembre ma non sapeva decidersi a scrivere perché non aveva da darmi buone notizie. È molto, molto depresso; non sa, non può vivere lontano dalla sua Torre, dal suo Moritz. [7]
Nei primi anni di guerra si scrivevano, ma poi, quando entrarono in guerra gli Stati Uniti, non poterono più. La madre di Orsola volle andare a Pietrasanta, ma Orsola voleva lavorare, aveva chiesto di essere assunta come dattilografa al «Giornale di Genova», le fu concesso invece di collaborare con la pubblicazione di due racconti al mese. Andò quindi a Firenze da alcuni parenti per trovare qualcosa di più impegnativo e soddisfacente, ma non vi riuscì e così decise di tornare a Pietrasanta dalla madre.
Scrisse più tardi a Bompiani ed egli le affidò l’incarico di rivedere alcune voci del Dizionario delle Opere e dei Personaggi. A questo dizionario collaboravano anche stranieri, lei doveva rivedere i testi e riportarli a non più di trenta righe. Compose poi delle voci tra le quali, quella della Deledda. Intanto Longanesi, che lei aveva conosciuto assieme a Cecchi nel 1939, iniziò ad inviarle delle traduzioni da rivedere e correggere.
Bompiani in seguito la invitò a Milano a lavorare nella redazione e lì rimase circa un anno,fino al ’42, dove svolse prevalentemente il lavoro di segretaria e traduttrice.
A Orsola Nemi affida una lettera datata 7 giugno 1941 scritta da Milano a Lucia Rodocanachi leggiamo questa immagine particolare della città:
qua si alternano giorni di caldo soffocante, a giorni freddi di pioggia dirotta. Poi quando viene il sole si vedono sulla città galleggiare di continuo i semi dei pioppi che somigliano a piume bianche. Cadono sull’ingrato asfalto e muoiono! Come sarebbe bello se tutti mettessero radici; Milano scomparirebbe in un bosco.
In un’altra lettera del 18 agosto 1941, sempre indirizzata a Lucia Rodocanachi, Orsola parla della sua permanenza da Bompiani, della gioia per la pubblicazione imminente di Cronaca ma anche della grande nostalgia di Recco:
Ho avuto in questi giorni notizie di Enrico, una sua lettera ha impiegato tredici giorni, un vero miracolo. Grazie a Dio sta bene, adesso è molto vantaggiosamente occupato alla biblioteca del Congresso. […] Qui da Bompiani mi trovo molto bene, ho fatto parecchie nuove e care amicizie, ma tutto il mio cuore è a Recco, nella mia Liguria, dove tutte le cose sono più belle e dove soltanto si può essere felici. Non so se le ho detto che Bompiani pubblica il mio volume di versi,. Questa è stata per me una grande gioia, e anche per Enrico, il libro dovrà uscire a settembre. Ne parlo a lei perché in un certo senso ella è stata la madrina dei miei primissimi e ha sempre accolto con molta bontà le mie cose.
In una lettera del 18 novembre 1941, Orsola si trova ancora a Milano e scrive a Lucia Rodocanachi:
mi scusi. fino ad ora ho sempre avuto tanto lavoro; oltre l’orario d’ufficio ho tradotto a casa l’Educazione sentimentale, per Longanesi, e non avevo altro tempo che la sera dopo cena. Così spesso ero stanchissima. Adesso, invece, faccio da Bompiani mezza giornata solamente per tre volte la settimana e l’altro tempo posso dedicarlo al lavoro di Longanesi, così mi affatico meno. Anzi Longanesi mi aveva invitata a recarmi a Roma da lui, ma non posso lasciare Bompiani. Vacanze ne ebbi pochissime; mi trattenni due giorni alla torre, e due giorni andai da mia madre.
Enrico era molto amico di Longanesi e Orsola anche. La sorte volle che le venne la bronchite e il dottore le consigliò di andare in Riviera, così riferì a Bompiani quanto le aveva detto il dottore ed gli le rispose che se voleva andare poteva, ma le assicurò anche che se avesse voluto ripensarci il posto per lei lì ci sarebbe stato sempre. Ad Orsola dispiaceva, ma in realtà sapeva che non sarebbe accaduto. Tornò dunque per un breve periodo a Recco.
Quando Bompiani trasferì i suoi uffici a Firenze, invece di seguirlo accettò l’offerta di Longanesi, e nel giugno 1942 si trasferì a Roma. In verità, lei si trovava meglio con Longanesi: leggiamo infatti in una pagina appartenente ad un quaderno del 1944: «Bompiani era un tipo un po’ snob, invece Longanesi!… era un uomo di intelligenza…ci si divertiva a stare con lui!».
Longanesi, aveva aperto un piccolo ufficio in via del Gambero, da dove dirigeva il «Sofà delle Muse» per Rizzoli. Orsola viveva in una piccola pensione, proprio in via del Gambero. Diceva che era un piacere vedere lavorare Longanesi, perché aveva un gusto particolare ed era un uomo meraviglioso, apriva un libro e vedeva subito ciò che era adatto e ciò che non lo era, aveva un fiuto straordinario e per Orsola collaborare con lui significava non “sedersi” mai. Longanesi le affidò diverse traduzioni; fra queste affrontò L’educazione sentimentale di Flaubert che Montale si era rifiutato di tradurre perché troppo difficile. In una lettera di Orsola indirizzata a Lucia Rodocanachi e scritta da Roma il 23 aprile 1943 leggiamo:
Qui da Longanesi rivedo traduzioni e traduco: il mio ultimo lavoro è stata la traduzione di Bouvard e Pécuchet e fu davvero un lavoro appassionante. Mi trovo bene, molto; sono quasi sempre sola in queste tre stanze dov’è l’ufficio di Longanesi, sull’attico con una grande terrazza e un gatto nero per compagnia. Abito in una pensione, presso certe suore genovesi, un pensionato universitario, vicino a Piazza di Spagna, e questo mi ha dato una grande serenità.
Quando cadde il fascismo, Longanesi stava girando un film a episodi dal titolo Cinque minuti di vita. Le riprese si svolgevano alla Farnesina ed Orsola collaborava alla stesura del copione, aveva fiducia in quell’opera e ci rimase molto male quando le circostanze esterne imposero di troncare il lavoro.
Durante l’occupazione tedesca, essendo Longanesi passato nel sud con Mario Soldati, lavorò con Federico Valli, per le Edizioni Documento. Finita la guerra, riprese a lavorare regolarmente con Longanesi.
In tutti quegli anni di Enrico si hanno poche notizie. La fermezza di Orsola vacilla, teme che Enrico si sia dimenticato di lei e Moritz, ha molti dubbi e incertezze e mette in discussione anche la dedica ad Enrico di Cronaca, inizia a credere che non abbia più senso, dal momento che egli sembra sparito. Successivamente si ricrederà, scoprendo che la causa era la difficoltà di spedizioni postali dagli Stati Uniti, motivo per cui le lettere arrivavano anche mesi e mesi dopo.
In una lettera alla Rodocanachi del 18 novembre 1941 Orsola scrive:
I miei versi dovevano già uscire ma Enrico insisté che ne mandassi una copia a lui su velina, che non voleva il libro uscisse senza la sua approvazione così’ gliele spedii, e sempre ho atteso di giorno in giorno la sua risposta. La sua ultima lettera era del 28 agosto e arrivò il 15 settembre. Era molto contento, stava bene, appariva soddisfatto della sua occupazione nella libreria del Congresso. Da allora non abbiamo più avuto sue notizie. Ho ragione di pensare, o almeno quel suo stranissimo carattere, mi permette di pensare che egli abbia completamente dimenticato quanto finora gli è stato caro e prezioso. Ciò naturalmente non mi stupisce, ma mi dà un gran senso di vuoto e di smarrimento. Tutto il mio lavoro di quest’ultimo anno, e non è stato facile, mi sembra improvvisamente divenire inutile, peggio, quanto credevo che fosse un’opera di cui potevo essere contenta, mi appare una pazzia, non un castello in Spagna, ma un castello di carte. Serbargli Moritz educarlo per il suo ritorno era ormai per me un compito importante, mi aiutava come una fede; forse non pensa più neppure al bimbo. […]Sì, Maria e Moritz sono come, li ho fatti venire alla metà di ottobre, ho iscritto Moritz dai Barnabiti dove si trova molto bene, adesso gli farò anche continuare la musica che gli avevo già fatto cominciare questa estate a Recco. La torre è chiusa. Qui mi trovo bene; tutti sono gentili e buoni con me, ma il mio brutto e selvatico carattere mi fa sempre sentire una avversione invincibile per la città grande, per il chiasso e tante altre cose. […]Avrei bisogno di un consiglio delicatissimo. Il volume dei versi era dedicato a Enrico, glielo promisi: adesso dopo questa sua eclissi (speriamo temporanea) posso ancora serbare la dedica, o tutto ciò è assurdo e ridicolo; Nessuno meglio di lei può rispondermi. Grazie del suo ricordo. Tutti i miei pensieri più affettuosi.
Orsola Nemi.
In data 4 dicembre 1941 Orsola, dopo aver letto le parole rassicuranti dell’amica, ritrova un po’ di conforto e di fiducia in Enrico e così le scrive:
veramente Enrico è tanto caro e io gli voglio tutto il mio bene, ma non si sa quando viene, né quando si allontana, proprio come il vento; ma ella dice una cosa molto profonda quando afferma che malgrado ciò bisogna avere più fede in lui che negli altri.
Un giorno un ufficiale americano andò a trovare Orsola e le portò notizie di Enrico. Lei fu un po’ sollevata, ringraziò l’ufficiale e attese.
Enrico tornò nel 1945, appena finita la guerra, e ritornarono a vivere nella Torre di Recco, insieme a Moritz, che nel frattempo aveva vissuto prevalentemente a Milano. Fu assunto da Longanesi e si impegnò come Orsola in numerose traduzioni. Orsola si rimproverava il fatto che avrebbe dovuto scrivere di più, ma le traduzioni davano denaro immediato e lei ne aveva l’esigenza. Negli anni di guerra e subito dopo, tradurre fu per lei una necessità pratica; in seguito poté scegliere se accettare o rifiutare, ma anche allora, tuttavia, non accettò mai di tradurre scritti in contrasto con le sue convinzioni. Non tutte le traduzioni rappresentarono un lavoro necessario, alcune furono una gioia, come per esempio quella delle prose di Baudelaire pubblicata da Longanesi con il titolo: il meglio di Baudelaire. Altre traduzioni importanti della scrittrice, tutte edite da Longanesi, e frutto della collaborazione regolare con l’editore di quegli anni, oltre a quella già citata dell’Educazione sentimentale di Flaubert furono: Bouvard et Pécuchet di Flaubert, I pittori del Diciottesimo Secolo di Goncourt. Tradusse poi Scandali e personaggi: scelta delle memorie di Saint Simon, in due volumi, per la Documento Editore (1944) e Tre racconti e Le tentazioni di S. Antonio di Flaubert, per l’editore Mursia.
Negli stessi anni Orsola scrisse anche favole e racconti. Nel 1944 uscì Nel paese della Gattafata, una fiaba illustrata da De Chirico, pubblicata da Documento Editore. Nel 1945, presso la casa editrice Atlantica uscirono i racconti dal titolo Anime disabitate.
Nel 1949 sempre Longanesi pubblicò Maddalena della Palude, nel medesimo anno Orsola Nemi ricominciò la collaborazione alla «Gazzetta del Popolo»; dal 1954 collaborò invece al «Messaggero» e al «Borghese». Nel 1955 Vallecchi pubblicò Rotta a Nord, che ebbe uno dei premi Napoli, uscì in francese sulla «Revue des Deux Mondes» e in volume da Laffont.
Panorama dalla casa di Montepiano a Cervo dove negli anni ’50 hanno vissuto Orsola Nemi ed Henry Furst.
Dal 1950 la Torre venne lasciata, ed Enrico, Orsola e Moritz vissero fino al ’52 in una casa che avevano acquistato presso Cervo, a Montepiano, una dimora isolata ed immersa nel tipico paesaggio ligure, raggiungibile dal paese solo attraverso una brulla mulattiera. Nel ’53 si trasferirono invece a San Bartolomeo, nei pressi della Spezia, in una villa affacciata sul mare. Anche in questo caso scelsero una dimora isolata, immersa nella vegetazione, piena di luce, di libri e di gatti. Enrico viaggiava spesso, per la sua attività di traduttore, giornalista e scrittore. Entrambi continuarono a collaborare prevalentemente con Longanesi, così decisero di acquistare casa anche a Roma, città che amavano particolarmente.Scelsero il quartiere di Trastevere, perché caratteristico e pieno di gatti. Per tutti gli anni successivi, sino alla morte di Enrico, avvenuta il 15 agosto 1967, trascorsero gli inverni a Roma e le estati alla Spezia. La sorte volle che pochi mesi prima della morte di Enrico essi avessero deciso di sposarsi. Orsola andò definitivamente via da Roma quando Enrico mancò. Fece solo più un viaggio a Roma, per raccogliere e destinare una parte dei libri della ricchissima biblioteca di Enrico all’Istituto Britannico di Firenze, con il patto che li dovessero mantenere in un unico corpo, in una apposita sala, a testimonianza dello spirito europeo di uno scrittore americano.
Gli anni trascorsi tra Roma e La Spezia furono anni di lavoro molto intenso per la scrittrice, rasserenata anche da una felice vita familiare, spesa tra le cure del giardino, l’amore per i gatti, le frequenti visite di amici scrittori, poeti, pittori, le letture, la scrittura, il suo Enrico ed il giovane ed esuberante Moritz. Frutto di questa intensa attività furono la pubblicazione delle sue opere più mature: nel 1958 I gioielli rubati, edito da Bompiani (con questi racconti vinse il Premio Femminile Bagutta, che rifiutò perché riteneva che non dovesse esistere una distinzione tra letteratura maschile e femminile); nel 1960 presso la casa editrice Ceschina uscì Il sarto stregato e nel 1961 pubblicò presso le Edizioni del Borghese un lavoro teatrale: Camicie rosse; nel 1965 uscirono presso Rizzoli Le signore Barabbino. Dopo la morte di Enrico l’attività letteraria di Orsola conobbe un periodo di pausa, fino al 1969, quando uscì presso le Edizioni nel Borghese il Taccuino di una donna timida, che raccoglieva gli articoli pubblicati sul «Borghese» tra il 1955 e il 1965. Nel 1970 uscì il racconto per bambini Il tesoro delle galline (edizioni IPL); nel 1971 L’astrologo distratto, illustrato da Sigfrido Bartolini, edito da Volpe. Nel 1972 I cristiani dimezzati, edito da Rusconi, e nel 1980 Caterina de’ Medici, pubblicato da Rusconi.
Orsola visse sino alla sua morte, avvenuta l’11 giugno 1985, nella casa di La Spezia da sola, nonostante la sua menomazione, continuando come aveva sempre fatto ad accudire tutti i suoi gatti, a curare le piante del rigoglioso giardino, ed ovviamente a leggere e scrivere, sino alla fine.
In Fuochi di Paglia leggiamo:
Sarebbe difficilissimo dare un giudizio esatto della propria vita;ci manca il distacco necessario, bisogna allontanarsi un poco per vedere intero il quadro.Mai intero non lo vedremo mai;il quadro sarà terminato solo quando l’autore sarà uscito di scena.Si potrebbe, forse capire meglio il nostro passato;qui il distacco non manca.Ma abbiamo dimenticato tanti particolari necessari, alcuni si sono cancellati, furono importantissimi e ora si presentano come l’impronta lasciata dal quadro sulla parete di una stanza disabitata, altri hanno serbato una forma, ma hanno perduto la voce, ci guardano affacciati alla casa vuota degli anni passati, non ci riconoscono e noi non riconosciamo loro [8].
NOTE
[1] S. Bartolini, La gentilezza armata, in «Nuova Repubblica», V, 47, 27 dicembre 1970, p.6
[2] Elio Filippo Accrocca, Ritratti su misura di scrittori italiani. Notizie biografiche, confessioni,bibliografie di poeti, narratori e critici. Venezia, Sodalizio del Libro, 1960, p. 14.
[3] Henry Furst nacque a New York l’11 ottobre 1893. Personaggio colto ed eclettico studiò in America, a Ginevra, Berlino, Oxford. Nel 1916 venne in Italia, studiò diritto a Roma e letteratura a Padova, dove si laureò con la tesi La Farsaglia di Lucano e la sua influenza nella letteratura europea. Fu segretario del regista Gordon Craig, consulente politico di Gabriele d’Annunzio, con cui partecipò all’impresa di Fiume. Fu critico letterario, giornalista, traduttore, scrittore. Conobbe e scrisse in inglese, francese, italiano, tedesco, danese, spagnolo, latino, greco e arabo.
[4] Elio Filippo Accrocca, Ritratti su misura di scrittori italiani, cit., p. 14.
[5] Le poesie di Orsola Nemi pubblicate da Montale nella rivista «Letteratura» erano: Lunaria, Primavera in Mare, Venerdì Santo, Conforti («Letteratura» III, 1, gennaio-marzo 1939, pp. 55-57).
[6] È Maurizio Rotta Gentile Cavigioli, mio padre. A Fiume Enrico divenne amico di Maurizio Pagliano, aviatore originario di Porto Maurizio, che meritò quattro medaglie d’oro. L’aeroporto di Aviano ed una via di Imperia sono dedicate alla sua memoria. Egli morendo chiese ad Enrico di riconoscere il figlio illegittimo, Franco, vivente in Italia, a Grondona, presso Alessandria. Enrico gli fece prendere il cognome del padre e lo crebbe. Franco Pagliano, divenuto a sua volta un abile aviatore, partecipò alla guerra di Spagna e scrisse alcuni libri sull’aviazione. Per tutta la vita fu profondamente legato ad Enrico. In seguito Enrico fece la stessa cosa con un altro bambino, poiché la famiglia a causa della guerra viveva un momento di difficoltà: il piccolo Moritz, che proprio a Grondona egli aveva conosciuto. Enrico fu sempre molto legato a Moritz, lui ed Orsola lo considerarono sempre come un figlio. In numerose lettere egli è al centro delle loro preoccupazioni e viene definito un dono prezioso.
[7] La lettera a Lucia Rodocanachi è compresa nel Fondo Morpurgo Rodocanachi, conservato nella Biblioteca Universitaria di Genova. Tutte le lettere da me indicate inviate a Lucia Rodocanachi appartengono a questo fondo, costituito da 2771 lettere indirizzatele da personalità di rilievo del panorama culturale italiano del Novecento. Amica di Eugenio Montale, nata a Trieste nel 1901 e morta ad Arenzano nel 1978, dal 1930 costituì insieme con il marito, il pittore Paolo Stamaty Rodocanachi, una sorta di salotto artistico-letterario nella sua abitazione di Arenzano.
[8] Fuochi di Paglia, 23 giugno 1962, p. 176. Questo brano è stato pubblicato in Taccuino di una donna timida, cit. p. 108, con alcuni emendamenti dell’editore.
articoli su la rivista on -line di cultura e politica ” Totalità”
I puntata: “Orsola Nemi, nel nome la sua identità”
http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=164&categoria=1&sezione=7&rubrica=
II puntata : “Dall’ infanzia nel collegio delle Suore all’ incontro con H. Furst”
http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=190&categoria=1&sezione=&rubrica=
- Frammenti di vita attraverso i ricordi di moritz, passo inedito tratto dalla tesi di laurea magistrale di Francesca Rotta Gentile: Orsola Nemi: tra vita e letteratura (anno 2005/2006. Università di Genova)
Testimone prezioso della vita di Orsola ed Enrico è il bambino che a partire dal 1935, quando aveva appena un anno, Enrico prese con sé e che, una volta conosciuta Orsola, entrò a far parte della loro vita. Egli li seguì in tutti i loro spostamenti, abitò nelle case dove vissero, conobbe i loro amici, partecipò attivamente alla vita intellettualmente intensissima che ruotava attorno a questi due straordinari personaggi. Quando Enrico, allo scoppio della guerra, partì per l’America, egli visse a Milano da solo con Orsola fino al 1945. Si allontanò da loro all’età di 16 anni per frequentare il Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» e poi l’Università. Restò sempre profondamente legato al «nonno», come lo chiamava, tanto da andare a vivere con lui ed Orsola a Roma, nella casa di Viale Trastevere, con la giovane moglie Floriana, non appena sposati.
Quanto scriverò ora è dunque il frutto di una lunga intervista fatta a mio padre Moritz nella quale gli ho chiesto di rievocare quanto di più significativo ricordi relativamente a quegli anni, sicura di poter fornire in tal modo un ritratto davvero inedito e particolare. La prima parte dell’intervista tratta dei luoghi più cari ai due scrittori, delle case che amarono di più e che tanto rappresentarono per loro e per tutti gli amici e gli intellettuali che ruotavano attorno ad essi. Infine ho voluto invece porre l’accento sul rapporto straordinario che si instaurò tra Orsola ed Enrico.
Parlami del luogo più significativo per Orsola ed Enrico e per te.
Fu sicuramentela Torre, a Recco. Era il 1939: Enrico vi portò Orsola in braccio, perché per salire in casa c’era una lunga gradinata impraticabile per lei. Quando arrivò in cima ad attenderli c’ero io. Da quel momento Orsola si trasferì lì con noi. Alla Torre così eravamo: il nonno, Orsola, la cuoca Fanny di Camogli, in un primo tempo una governante tedesca, poi sostituita da Maria Paulus, e la famosa Cianona, la femmina di bul dog che si prendeva cura di me.
La Torre era un antico edificio, costruito nell’anno Mille, uno dei tanti edifici lungo le coste liguri per la segnalazione dell’arrivo di pirati e barbari, fu restaurata ad abitazione civile nel 1936 con la costruzione di due ali laterali e un vasto giardino circondato da fasce di ulivi. La vita della famiglia si svolgeva a piano terra in un ampio soggiorno a volte, un grande terrazzo affacciato sul golfo di Genova. Al primo piano si trovavano la camera dal letto del nonno e il grande letto a baldacchino dove dormivo io, ornato di tende rosse eternamente sventolanti; al secondo piano si trovavano lo studio del nonno con ampio terrazzo interamente ricoperto da zanzariera, la camera da letto di Orsola e il suo studio, nella porta di accesso al terrazzo dallo studio del nonno era stato praticato un portoncino ad arco perché la gatta potesse uscire sul terrazzo e recarsi ai suoi servizi; quando la gatta partorì quattro piccoli gattini nella stessa porta vennero praticati altrettanti piccoli portoncini.
La Torre era una specie di regno incantato dove si svolgevano per i grandi cene, incontri, dibattiti, follie da letterati; divenne un autentico cenacolo di cultura mitteleuropea. Il mondo letterario internazionale si incontrava, soggiornava in un continuo andirivieni di personaggi, da Jünger a Montale, da Longanesi a Soldati, da Comisso a Kochnitzky, da Peyrefitte ad Ansaldo, da Negro a Bartolini, da Montanelli a Ungaretti, da Irene Brin a Leonetta ed Emilio Cecchi, da Sibilla Aleramo a Lucia Rodocanachi e così via per decine di uomini e donne di cultura, ma dei quali si trascura qui l’elenco per brevità, ma che per vastità comprende tutta l’intellighenzia dalle due guerre fino agli anni Sessanta. Orsola amava definire la Torre «la madre di tutte le illusioni.
Panorama dallla casa di Henry Furst e Orsola Nemi a Montepiano a Cervo
Orsola ed Enrico ebbero un altro rifugio importante: la casa di Montepiano a Cervo.
Nel 1950 la Torre fu venduta alla famiglia di Luigi Tenco e Orsola ed Enrico si spostarono a Cervo Ligure, nella casa di Montepiano raggiungibile solo attraverso una lunga mulattiera. Il trasloco fu particolarmente pittoresco: i libri trasportati da una carovana di undici muli, Orsola sorretta su un baldacchino da quattro uomini indigeni e il grosso frigorifero americano portato a braccia con una imbracatura somigliante al trasporto dei ceri in processione. Il nonno ed io correvamo su e giù, facendo e rifacendo il percorso come fanno i cani con passo più veloce del loro padrone. Montepiano divenne, oltre che il punto di ritrovo dei numerosi amici già citati anche una strana fattoria degli animali: la mucca fuggiva spesso inseguita dal cane Georgey de l’Ermitage, un rafterrier, cacciatore di porcospini che depositava sulla porta di casa in scorribande notturne piene di latrati; miagolii di gatti in amore, muggiti provenienti dalla stalla. Di giorno la vita della fattoria era meno rumorosa ma più spettacolare: un falco perfettamente addestrato secondo le antiche regole della falconeria veniva lanciato ogni giorno da Enrico sul crinale della collina e piombava sul mio guantone; io tenevo pronto il pasto giornaliero: una quaglia da supermercato. Quotidianamente una comitiva composta dal nonno, da me e da un’anatra, si recava al mare per un breve bagno ristoratore. Orsola assisteva con serafica calma e dolcezza a questa vita movimentata che le turbinava attorno preoccupandosi unicamente delle preparazioni di cucina per i gatti e della salvaguardia della verginità di Zinzina, la sua gatta preferita.
Cervo venne lasciata nel 1952 per l’impossibilità di questo mondo letterario di convivere con le leggi sulla mezzadria: Montepiano oltre al giardino aveva cinque ettari di terra coltivati a serre di carciofi e pomodori e condotti da mezzadri che avevano idee non conciliabili sulla ripartizione tra costi e ricavi.

La casa di Orsola Nemi ed Henry Furst a San Bartolomeo di La Spezia in una xilografia di Sigfrido Bartolini
Parliamo ora delle ultime due dimore: San Bartolomeo della Spezia e Roma.
Il clan si trasferì a San Bartolomeo di La Spezia, dove trascorse dal ‘52 in poi i mesi estivi, mentre quelli invernali videro la residenza spostarsi a Roma in Viale di Trastevere 138. Qui la cerchia degli amici si allargò al mondo romano così come la cerchia dei gatti si arricchì dei frequenti arrivi dalla popolazione del Pantheon, costituita in genere da individui dalla coda mozza, dalle orecchie rosicchiate, dal pelo trascurato fino a quando le cure di Orsola ed Enrico non li riportavano a migliori condizioni di vita. Ai gatti venivano assegnati spesso i nomi dei personaggi del Don Giovanni e del Flauto magico di Mozart, molto amate in particolare da Enrico, e talvolta il nonno ed Orsola si divertivano a mimare delle scene teatrali al cospetto dei loro amici felini. Essi inoltre poterono godere dell’intestazione di alcuni conti bancari.
Il 15 agosto del 1967 Enrico morì, Orsola rimase alla Spezia e non si spostò più dalla sua villa, ricevendo saltuariamente le visite degli amici di un tempo e di quelli nuovi tra i quali figuravano: Fornari, Accame, Guiglia, Badano, Chuzeville, De Ghisi, Cimatti, Staglieno, Petrocchi, Maria Croce, Soldati, Comisso, Bonfantini, Bartolini, Paolo Tesi, Irene Brin, Mario Monti, Maggioni.
Che cosa successe quando Enrico ritornò in America?
Con l’entrata in guerra dell’America Enrico dovette lasciare l’Italia e rientrare negli Stati Uniti, dove svolse diverse attività presso la casa degli italiani con Prezzolini, divenendo bibliotecario della Biblioteca del Congresso
Alla fine della guerra voleva sposare Orsola e le chiese di accettare la sua proposta e di raggiungerlo in America con me. Mi accudì per tutto il periodo dell’assenza di Enrico. Essa rifiutò di sposarlo temendo che egli volesse farlo solo per avere la possibilità di adottarmi e per qualche tempo il rapporto tra i due subì un’ incrinatura.
Enrico cercò dunque di portarmi in America attraverso un matrimonio per procura con la governante, Maria Cavigioli, vedova Paulus, ma non riuscì ad ottenere il visto e quindi rientrò in Italia, alla Torre, dove il nucleo si ricostituì.
Nel periodo bellico Orsola dovette lasciare Recco che veniva bombardata sempre più intensamente e si spostò a Milano con me. Fui iscritto alle elementari nella scuola dei Barnabiti. Abitavamo in via Fresco baldi con Maria e una padrona di casa medium che, a sua detta, riceveva molti ospiti provenienti dall’aldilà. Lavorava da Bompiani al quale la legherà un profondo rapporto di stima e gratitudine che non le impedì, tuttavia di lasciare la Bompiani accettando l’insistente invito dell’amico Leo Longanesi con il quale iniziò una collaborazione che continuò anche dopo la morte di Leo Longanesi. Per questo nuovo incarico, si spostò a Roma da sola, dove visse in via del Gambero e coltivò l’amicizia con la sua più cara amica, Irene Brin, ed il marito Gaspare Del Corso.
Parlami del rapporto che ci fu tra Orsola ed Enrico.
Orsola aveva una personalità molto forte che le consentì di sviluppare autonomamente la sua cultura, anche a dispetto della sua menomazione e delle idee diffuse all’inizio del ’900, secondo le quali la cultura e l’educazione di una donna dovevano essere esclusivamente finalizzate alla vita domestica. Orsola giovinetta lesse i grandi romanzi dell’800 francese e russo, di nascosto, sotto le coperte, d’altronde la sua infermità la rendeva particolarmente fragile e vulnerabile, debolezze dalle quali si difendeva anche con aggressività nei confronti di chi cercava di aiutarla, non accettava né commiserazione, né autocommiserazione. Significativo è il fatto che non volle mai usare la sedia a rotelle, sottoponendo il suo esile corpo per tutta la vita ad uno sforzo notevole.
L’incontro con Enrico fu l’incontro con il pezzo mancante. Lui pieno di vita, di vigore, di entusiasmi, di generosità, di carica affettiva creò con Orsola una perfetta simbiosi, c’era una indubbia sinergia tra quelle due vite assolutamente agli antipodi, li univa, oltre che un legame profondo di affetto e di amore poetico, una caratteristica comune ad entrambi: la contestazione dell’artificioso, della moda imperante, della massificazione omogeneizzante. Nella loro casa c’era posto per la musica, per la poesia, per la letteratura, per l’arte della cucina, per i gatti e per i ragni ma non per le volgarità e le meschinerie, un vivere alto era l’atmosfera consona ad entrambi.
Enrico con Orsola si emendò dei suoi folli trascorsi di gioventù a Parigi con Apollinaire, André Gide e a Fiume con l’avventura fiumana e le dissolutezze di quel gruppo dannunziano che visse quell’esperienza storica e utopica. Dopo queste avventure giovanili, la presunta omosessualità di Enrico, prima di essere sconfitta definitivamente dal rapporto con Orsola, aveva già ricevuto un duro colpo grazie ad un matrimonio che Enrico contrasse in America, in uno dei suoi rientri, attorno agli anni Trenta.
Orsola Nemi, profondamente cattolica, e su posizioni molto conservatrici, non accettava la messa in italiano e men che meno le manifestazioni chiassose di chitarre e applausi in Chiesa: il suo I cristiani dimezzati descrive bene la sua avversione per ogni preteso modernismo nella osservanza religiosa. Enrico, dapprima protestante, nel 1914 si convertì al cattolicesimo; da quel momento in poi fu sempre un cattolico osservante, anzi spesso fece addirittura il chierichetto durante le funzioni.
Orsola ed Enrico si sposarono alle 11 del 22 aprile 1967, contemporaneamente alla nascita di tre gattini alla Baruffa. Pochi mesi dopo, il 15 agosto, Enrico morì e venne seppellito nel cimitero della Spezia, nella stessa tomba dove verrà seppellita Orsola l’11 giugno 1985.







complimenti!!!!